“Un mondo più aperto è un mondo migliore”

tratto da MIT TechnologyReview

Nel suo post “A Privacy-Focused Vision for Social Networking,” postato il 6 marzo, Zuckerberg dichiara che vuole “costruire una piattaforma più semplice che sia focalizzata primariamente sulla privacy”. Sorprendentemente egli scrive: “le persone vogliono sempre di più connettersi privatamente nell’equivalente digitale del salotto di casa propria”.
Se letto attentamente, il post di Zuckerberg non lascia scampo alla conclusione che sia impossibile eludere la conclusione che se la privacy degli utenti deve essere protetta in modo rilevante, Facebook deve essere distrutto.

Facebook è cresciuto così tanto e così in fretta che sfugge ad ogni categorizzazione. Può essere un giornale, un ufficio postale, un telefono, un forum per il dibattito politico, una emittente che trasmette eventi sportivi. È anche un reminder di eventi e compleanni oltre ad essere un album fotografico collettivo. È tutte queste cose e molte altre, ma allo stesso tempo, non è nessuna di queste.
Zuckerberg descrive Facebook come una città. Non lo è. Facebook è un’azienda che ha ricavato introiti per più di 55 miliardi dollari in pubblicità l’anno scorso con un margine di profitto del 45%. Questo lo rende uno dei business più redditizi della storia dell’umanità: deve essere compreso e studiato in quanto tale.

Facebook ha letteralmente coniato soldi in quando ha individuato il modo di rendere la Privacy un bene disponibile su una scala inedita fino ad allora. La diminuzione della privacy è il suo prodotto principale. Zuckerberg ha guadagnato i suoi soldi operando una sorta di bilanciamento tra quanta privacy i 2 miliardi di utenti di Facebook credono di cedere e quanta egli sia stato in grado di venderne ai pubblicitari. Nel suo lungo saggio, non dice nulla di sostanza su come intende mantenere la sua un’impresa di successo nella nuova era che suppone stia arrivando. Questa sembra una ragione per trattare il suo momento ornamentale con un salutare scetticismo.

“Francamente non abbiamo una grande reputazione per la costruzione di servizi che proteggano la privacy” scrive Zuckerberg. Ma la reputazione di Facebook non è la questione saliente: il suo modello di business lo è. Se Facebook implementasse robuste protezioni della privacy attraverso i confini degli stati dove opera, avrebbe poco di residuo da vendere attraverso la pubblicità oltre alla sua stessa platea di utenti. Facebook farebbe comunque un sacco di soldi, ma decisamente meno di ora.

La privacy non è solo mantenere segreti. Riguarda anche il modo in cui flussi di informazioni ci determinano in quanto individui e in quanto società. Quello che diciamo a qualcuno e il perché glielo comunichiamo è una funzione derivante dal contesto. I social network cambiano quel contesto e facendo ciò alterano la natura della privacy in modi che risultano sia positivi che negativi.

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