Smart working e tutela della privacy

Fonte: Altalex

Per far sì che il lavoratore possa operare al di fuori dei locali aziendali, lo smart worker viene normalmente munito di strumenti (ove non già assegnati) che gli garantiscano una connessione con quella che è la sua realtà lavorativa. “Connessione” è proprio parola chiave quando si parla di smart working.

Il lavoratore vive gran parte del suo orario di lavoro connesso a una rete (internet o aziendale). Questo permette al dipendente di scambiarsi documenti e informazioni con colleghi, clienti e fornitori, e di accedere ai server aziendali e, al datore di lavoro, di poter contattare lo smart worker, assegnargli attività e controllarne l’operato. L’occhio umano del datore di lavoro, quindi, è sostituito nello smart working dall’analisi dei dati prodotti dal lavoratore mentre utilizza gli strumenti a lui assegnati (pc, smartphone, rete VPN ecc.).

Lo svolgimento della prestazione al di fuori dei locali aziendali rende inevitabile ciò che, di norma, costituisce una anomalia sia in termini di normativa giuslavoristica, sia in materia di protezione dei dati personali, ossia il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori.

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