Ri-costruire il lavoro nell’era dei robot: la via per salvare l’intelligenza umana

tratto da Agenda Digitale

Il futuro del lavoro è un tema sempre più all’ordine del giorno. Non si contano gli studi con previsioni quantitative e qualitative, visioni utopiche e distopiche che alimentano disorientamento, senso di incertezza e frustrazione sulla sopravvivenza della forza lavoro nell’era dell’Intelligenza artificiale.

Dal noto saggio di Frey e Osborne (2013) alla recentissima (e critica) analisi della RSA (Marzo 2019),  non ha certo giovato alla chiarezza e al rigore l’enfatizzazione degli ultimi sviluppi tecnico-scientifici ad opera degli autori (il che è comprensibile) e della stampa specializzata, che non di rado ha funzionato da amplificatore di novità spesso ritenute disruptive.

Non desta meraviglia, quindi, che in uno spazio connettivo globale, dove le fonti dei flussi informativi si moltiplicano a ritmi esponenziali, si diffondano rapidamente il disorientamento, il senso di incertezza e frustrazione mediante feedback cumulativi tra individui e collettività. Se a tutto questo si aggiunge la turbolenza geo-politica mondiale, generata dal passaggio da un mondo bipolare (competizione USA-URSS) a uno multipolare, con Russia, Cina, Corea, Giappone, India e altri Paesi molto popolosi, si comprende come la dinamica tecno-economica e l’evoluzione del panorama geo-politico siano processi generatori di fattori incontrollabili.

In un sistema economico già globalizzato sul piano tecnico-scientifico, la creazione di reti produttive globali e circuiti economico-finanziari tendenti a sovrastare le sfere di azione del potere statuale ha creato un mondo nuovo senza apparenti coordinate stabili. Di qui derivano le difficoltà dei processi decisionali individuali e collettivi, per i quali i punti di riferimento strategico sono sempre meno attendibili, mentre la diffusa instabilità, connaturata alle fasi di transizione, offusca gli orizzonti e la scala delle azioni degli attori.

E’ proprio in un momento come quello attuale che diviene importante il richiamo ad uno dei fondamentali concetti elaborati da Herbert Simon, Premio Nobel per l’Economia e grande esponente dell’Intelligenza Artificiale “di prima generazione”. Ci riferiamo in particolare al concetto di razionalità limitata, ovvero all’inevitabile divario tra le capacità umane di formulare e risolvere problemi, da un lato, e dall’altro l’ampiezza dei problemi posti dal contesto della decisione.

Tale gap non deve tradursi in paralisi decisionali, bensì al contrario spinta per una intensificazione dell’attività di ricerca ed elaborazione di informazioni, il che paradossalmente implica l’impiego di un (per così dire) maggiore input di razionalità, da sviluppare escogitando strategie conoscitive efficaci per ottenere elementi rilevanti per prendere decisioni (razionalità procedurale ed euristiche di ricerca nei termini di Simon).

Sono passati decenni dall’elaborazione di Simon e ovviamente gli sviluppi dell’IA e delle scienze cognitive, insieme all’enorme espansione delle neuroscienze, sono andati molto oltre alcune componenti del suo “model of man”. Non è gusto retro che spinge a ritenere ancora valide, specie nelle fasi di intensa trasformazione, le sue intuizioni sulla necessità di tentativi incessanti per colmare i divari che si susseguono tra i nostri modelli del mondo e i processi reali attraverso appropriati analisi e riflessioni.

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