Privacy, se un tribunale condanna il Garante ciò che prevale è l’incertezza del diritto

tratto da Federprivacy

La pubblica amministrazione deve essere una casa di vetro, non certo per esporre il cittadino nudo, ma per garantire il controllo sul potere. Il bilanciamento tra riservatezza individuale e trasparenza dell’esercizio della amministrazione pubblica è un’operazione di per sé precaria, ma non si devono sacrificare oltre misura i diritti dei singoli. Il problema è che il sistema del bilanciamento diffuso sta originando risposte “caso per caso” senza additare orientamenti consolidati.

Così si apprende che un tribunale, applicando i principi della trasparenza amministrativa, ha annullato una sanzione comminata dal Garante per la protezione dei dati personali a un’unione di comuni per avere diffuso sul sito web dati ritenuti sproporzionati a proposito di una graduatoria per ottenere un beneficio assistenziale.

La contestata pronuncia del Garante (provvedimento n. 494 del 24 novembre 2016) ha parzialmente bocciato la pubblicazione da parte di una unione di comuni sul proprio sito web della graduatoria relativa a benefici economici, nella parte in cui la stessa conteneva dati personali dei soggetti non ammessi al beneficio economico e nella parte in cui erano indicate informazioni, secondo il Garante, non necessarie all´individuazione dei soggetti beneficiari. Quanto all’ultimo aspetto, al centro del dibattito sono state, soprattutto, le informazioni desumibili dall’indice socio-economico assegnato ai singoli. Legittimo o illegittimo pubblicare tutto quanto?

Che caso ha constatato il Garante? L’autorità di controllo ha considerato la norma pro-tempore vigente sulla diffusione dei dati personali, la quale era molto rigorosa. La disposizione in questione (articolo 19, comma 3, del vecchio Codice della privacy, ma il principio è lo stesso anche nell’attuale epoca del Regolamento Ue sulla protezione dei dati n. 2016/679) consentiva la diffusione solo in presenza di una norma di legge o di regolamento.

Senza una copertura normativa, dunque, la diffusione dei dati personali non era consentita alla pubblica amministrazione. Nel corso del procedimento, l’amministrazione coinvolta ha richiamato a propria difesa una legge regionale e un regolamento statale (Albo dei beneficiari), il cui articolato, però, non disciplinava in maniera diretta la fattispecie. Il Garante ha riscontrato la diffusione di dati personali in assenza di idonei presupposti normativi e ha applicato una sanzione.

L’ente pubblico ha impugnato la sanzione e il tribunale, stando ai resoconti disponibili, ha accolto la tesi dell’unione di comuni, prendendo una posizione netta a tutto vantaggio della trasparenza amministrativa e rilevando che le graduatorie pubblicate erano esattamente quelle inserite del provvedimento amministrativo, che le aveva approvate.

Per il tribunale, il principio della trasparenza amministrativa giustifica la pubblicazione. La sentenza aggiunge che la pubblicazione era ed è anche finalizzata alla tutela degli stessi esclusi, messi in grado di comprendere a pieno le ragioni dell’esclusione. Il tribunale ha evidenziato che la privacy è stata rispettata, anche perché non sono stati pubblicati il codice fiscale, via e numero civico ed altri elementi non necessari per la loro identificazione.

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