Privacy, i Comuni italiani violano il Gdpr: ecco le prove, nei loro siti

tratto da Agenda Digitale

Ci sono le prove che la situazione privacy nella pubblica amministrazione italiana è preoccupante: seriamente a rischio sono i dati personali dei cittadini, i quali avrebbero tutto il diritto di essere tutelati in quella che non è una mera burocrazia imposta da una legge, ma un caposaldo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che il GDPR ha solo rafforzato.

Visto che ogni data e ogni scadenza è ormai passata, compresa quella del cosiddetto “periodo di grazia” che era stato previsto nel Dlgs 101/2018, è urgente correre ai ripari.

La gravità della situazione è resa quanto mai evidente da una serie di dati recenti e anche da una ricerca svolta dal’Osservatorio di Federprivacy sui siti web di 3.000 comuni italiani tra ottobre del 2018 e marzo del 2019. Li proponiamo di seguito per farci un’idea di come non sia più pensabile poter continuare a rimandare un problema di così vasta portata.

Come è noto, il Regolamento UE 2016/679 è entrato definitivamente in vigore il 25 maggio 2018, e qualche mese più tardi anche il Codice sulla Privacy italiano è stato armonizzato al cosiddetto GDPR (General Data Protection Regulation) attraverso il Dlgs 101/2018.

Ormai il quadro normativo in materia di protezione dei dati personali è definito da tempo, eppure uno studio condotto nel 2019 indica che in linea generale solo un’organizzazione su quattro si è adeguata, e si tratta perlopiù di grandi realtà e multinazionali, mentre le pmi, le microimprese, e soprattutto la pubblica amministrazione, stentano ancora a conformarsi al Regolamento europeo sulla privacy.

C’è chi sostiene che lavorare nella pubblica amministrazione italiana non sia mai stato così impegnativo come in questi ultimi anni, e che le risorse sono spesso limitate mente le sfide da affrontare sono davvero numerose e complesse. Questo è sicuramente vero. Tuttavia, non possiamo dire che non ci sia stato sufficiente tempo a disposizione per adeguarsi, poiché il GDPR è stato approvato il 15 dicembre del 2015, ma da allora molte pubbliche amministrazioni non hanno sfruttato appieno il lungo periodo di tempo concesso dal Legislatore, e sovente sono rimaste passive e distratte ad aspettare chissà quale improbabile proroga.

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