Privacy e lavoro, la nuova sfida dei dati “strettamente personali”

tratto da Agenda Digitale

Smart working, wearable, controlli a distanza aprono scenari inediti nel rapporto fra impresa e lavoratore. Servono nuove misure per rafforzare i principi di necessità, correttezza, pertinenza e non eccedenza, racchiusi nei principi di privacy by design e di privacy by default.

Il rapporto tra nuove tecnologie e sfera lavorativa rappresenta una sfida continua per l’assetto privacy italiano all’indomani del Gdpr. E impone a tutti noi, compreso il legislatore, uno sforzo al cambiamento. Inopportuno limitare l’uso delle nuove tecnologie: è necessario invece valorizzare i concetti della trasparenza e della conoscenza nella gestione di nuove categorie di dati “protetti” che l’innovazione introduce.

Il lavoratore condivide, più o meno volontariamente, una quantità massiccia di informazioni che lo riguardano con l’utilizzo di dispositivi messi a disposizione dall’azienda, durante la navigazione su internet o lasciate sui social networks o connesse allo scambio di email. Nasce così l’esigenza di colmare la lacuna legislativa volta a tutelare i c.d. dati a carattere “strettamente personale” che appartengono alla sua sfera più intima. In un contesto così descritto, si impone, e non soltanto rispetto al lavoro svolto a distanza (c.d. smart work), il tema dei controlli del lavoratore e della tutela della riservatezza. L’impiego enorme della tecnologia in ambito lavorativo implica necessariamente il bilanciamento tra interesse aziendale e tutela della riservatezza del dipendente.

Alla luce di questa breve premessa, viene in rilievo l’estrema importanza e delicatezza dell’argomento trattato. Un tema di grande attualità per le ovvie ragioni sopra descritte. Solo qualche mese fa, per esempio, la Cassazione ha confermato il licenziamento disciplinare di una segretaria che passava il proprio tempo lavorativo su Facebookad aprile 2018,invece, sempre la Suprema Corte aveva espresso giudizio positivo in merito all’espulsione dall’azienda di un dipendente che su Facebook aveva offeso il proprio datore con un post dai contenuti diffamatori.

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