Nuovi tipi di profilazione, ecco i rischi privacy: servono tutele più ampie

tratto da Agenda Digitale

GDPR e Direttiva e-privacy (che c’è da augurarsi diventi presto un Regolamento) offrono un consolidato quadro di tutele nei confronti della cosiddetta “profilazione da accumulo” e indicano alcune vie da seguire per un uso virtuoso di nuove forme di profilazione basate sulla varietà dei dati.

Ma si avverte, di fronte ai rischi ancora poco conosciuti di nuovi tipi di profilazione, la necessità di un quadro di regole più ampio. E’ per questa ragione che il Consiglio d’Europa invoca nuove forme di tutela per i dati inferred (categoria che può ricomprendere dati personali) e la Commissione europea ha da tempo promosso un dibattito sui temi etici legati all’uso dei dati, su cui molto si è già discusso, fino alla pubblicazione lo scorso 8 aprile della Comunicazione Building Trust in Human-Centric Artificial Intelligence, che ribadisce il ruolo centrale della protezione dei dati personali e del principio di accountability nelle previsioni, ma che allo stesso tempo promuove un coinvolgimento di tutti gli stakeholder per individuare nuovi principi etici, che dovranno tradursi in concreti strumenti giuridici.

Ed è anche per questo che sembra già di essere nel pieno dibattito per una espansione del Gdpr, che pure è entrato nella piena applicabilità da meno di un anno.

Perché osservare sistematicamente una persona e farne un profilo? È verosimile uno scenario in cui persone comuni siano spiate nei comportamenti che assumono nella vita di tutti i giorni? Quale è il beneficio che l’osservatore potrebbe ricavare dall’accumulo di tutti questi dati[1]? Mi sia permesso partire da un esempio molto semplice. Se qualcuno dopo avere osservato, magari a lungo, il modo in cui ci rechiamo al lavoro e averci profilato, ci suggerisse di salire sull’autobus che prendiamo già tutte le mattine per andare in ufficio, che valore daremmo a questo suggerimento?

Di certo non ne trarremmo alcun vantaggio, né in termini di risparmio di tempo, né di maggiore comodità, né di nuova conoscenza del contesto in cui viviamo. Non è dunque nella semplice classificazione di un comportamento ricorrente (quello di essere un utilizzatore abituale di mezzi pubblici), noto all’osservatore attraverso un monitoraggio sistematico, il valore della profilazione. Se però intervenisse un fatto nuovo, se una mattina fossimo in grave ritardo per una riunione importante e in questa nuova situazione qualcuno ci offrisse una corsa in taxi ad un buon prezzo allora forse, una volta valutati i costi e i benefici della decisione, potremmo accettare l’offerta e considerare vantaggioso il suggerimento.

L’esempio, come detto, è molto semplice (ugualmente, senza alterare il quadro generale, potremmo considerare il caso di beni complementari e non sostitutivi) ma presenta tutti gli elementi che servono per restituire alla profilazione un’interpretazione che sia rispettosa dei fondamenti delle più semplici leggi dell’economia (un’azione è intrapresa se conviene) e della teoria dell’informazione (il valore dell’informazione è nella novità), senza i quali la discussione sulla profilazione diventerebbe ideologica e scivolerebbe verso scenari distopici e da spy story di scarso interesse concreto, che peraltro non metterebbero a fuoco i complessi problemi e i rischi a cui invece sarebbe bene dedicare maggiore attenzione.

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