Monetizzare i nostri dati? forse meglio pagare per la nostra privacy

tratto da Federprivacy

E’ passato quasi un anno dall’introduzione del GDPR, l’ambiziosa normativa europea sulla privacy che aveva l’obiettivo di spostare l’ago della bilancia dalla parte dei cittadini, dando a questi maggiori diritti e la possibilità di riprendere il controllo dei propri dati personali da tanto tempo avidamente sfruttati dai colossi di Internet.

Eppure, almeno fino ad oggi, di concreti giovamenti gli utenti ne hanno percepiti davvero pochi. Il web continua ad essere una giungla che pullula di informative poco trasparenti, spesso lunghissime e difficili da comprendere, contrariamente a come sarebbe richiesto dall’art.13 del Regolamento.

Mentre le OTT continuano imperterrite ad estrarre fiumi di dati personali dai loro immensi giacimenti di quello che ormai è il nuovo petrolio, i benefici del Gdpr per gli utenti tardano quindi ad arrivare, e se a mali estremi a volte servono estremi rimedi, alcuni politici ed altri autorevoli esperti stanno ipotizzando una sorta di “compromesso”, proponendo che agli utenti venga data la possibilità di monetizzare i loro dati in cambio del loro consenso allo sfruttamento delle informazioni che li riguardano. Per questo, negli ultimi tempi sono fiorite app per guadagnare con i propri dati personali come Wibson, Citizen.Me, People.io, e Weople, con le quali in sostanza gli utenti sono pagati per “vendere” i loro dati personali.

Benché sia giusto e doveroso prendere in esame ogni possibile soluzione, d’altra parte accendere il semaforo verde alla mercificazione dei dati personali solo perché sembra il rimedio più facilmente praticabile, significherebbe ammettere oggi che il tanto agognato Gdpr non è in realtà attuabile, che l’obiettivo dell’UE di creare quel clima di fiducia necessario allo sviluppo del mercato digitale nell’area UE era solo un’utopia, e che dobbiamo rassegnarci a vivere Internet come un moderno Far West.

Ma significherebbe anche che il diritto dell’individuo alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano, nonché quello al rispetto della vita privata e della vita familiare, devono essere intesi come una mera aspirazione idealistica per la civiltà del vecchio continente, e non come veri e propri diritti di libertà come erano stati concepiti originariamente dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

Fermo restando che un’effettiva applicazione delle pesantissime sanzioni previste dal Gdpr secondo quello che è lo spirito con cui è stato scritto costituirebbe un efficace deterrente anche per il più potente dei giganti del web, nel frattempo potremmo immaginare anche un’evoluzione più entusiasmante di quella che ci viene prospettata lasciando crollare l’ultimo baluardo della nostra sfera privata con la monetizzazione dei dati.

Piuttosto che essere pagati per concedere lo sfruttamento dei propri dati personali, che spesso riguardano opinioni politiche, orientamento sessuale, convinzioni religiose o filosofiche, appartenenza sindacale, o anche condizioni di salute, avrebbe una certa logica considerare che le persone potrebbero invece essere disposte loro a pagare per ritagliarsi un angolo della loro privacy.

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