Cloud act, la norma USA che fa a pugni con la privacy europea: i nodi

tratto da Agenda Digitale

Le criticità del Cloud Act in rapporto al Gdpr, le implicazioni di privacy, efficacia extraterritoriale dei provvedimenti e compliance normativa. Tutto ciò che c’è da sapere sulla legge che consente alle autorità Usa di acquisire dati dagli operatori di servizi cloud a prescindere dal luogo dove sono situati i server.

Sono molti i problemi legati all’implementazione del “Clarifying Lawful Overseas Use of Data (CLOUD) Act” – approvato dal governo Usa lo scorso anno –  che dovranno essere elaborati, sia dalle corti statunitensi che in coordinamento con partner stranieri in Europa e altrove. Il modo in cui tali problemi verranno risolti contribuirà, infatti, a determinare l’efficacia della legge e il suo effetto sulla privacy e sulla sicurezza globali.

Ricordiamo che il Cloud Act consente alle autorità statunitensi, forze dell’ordine e agenzie di intelligence di acquisire dati informatici dagli operatori di servizi di cloud computing a prescindere dal posto dove questi dati si trovano; quindi anche se sono su server fuori dagli Usa. La sola condizione è che questi operatori siano sottoposti alla giurisdizione degli Stati Uniti  oppure anche – attenzione – siano le società europee che hanno una filiale negli Stati Uniti o che operano nel mercato americano.

Dal punto di vista dell’Ue è innanzitutto lecito domandarsi come, ad oggi, il CLOUD Act si possa conciliare con le istanze di protezione dei trattamenti dei dati personali e se, nella sua forma attuale, tale legge statunitense non contrasti con il GDPR ed in particolare con l’art. 48 ed il Considerando 115.

L’intento di questa analisi è quello di mettere in luce le criticità insite in un simile provvedimento, i rischi di disinformazione, scarsa cognizione e strumentalizzazioni economiche di parte, in rapporto alle istanze di tutela dei diritti umani, privacy in primis, cercando di evitare letture eccessivamente retoriche e superficiali.

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